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Diario di Bronson

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{ lunedì 21 novembre 2011 }

poesia

Le sabbie del tempo

Una vecchia clessidra ingiallita,
scandisce il passo del tempo.
Ogni granello in caduta
Una bomba che esplode.
Ogni nuovo giro
Un giro in meno.
È il tempo…
Compagno dell’esistenza,
tiranno implacabile del destino,
complice alleato
della falce che sparge
sull’umana stirpe sabbie eterne.
L’uomo sogna vanamente
Un abile trucco
Che possa ingannare
un meccanismo perfetto
padrone del mistero
Il tempo scorre e
ti travolge placidamente
verso un imperituro tramonto…

Mr Bronson

Bronson - 16:47 - 0 commenti - commentainizio

{ mercoledì 16 novembre 2011 }

POESIA

Un posto nell’infinito

La sabbia tra le mie mani
È una cascata silente
Rotta dal grido dei gabbiani
In picchiata sulla gente

Al tramonto tutto tace
Le onde cessano l’assedio
all’orizzonte luci di brace
Riempiono le reti del rimedio…

Chiudo gli occhi alla notte
Mi perdo tra le stelle
Nell’universo e le sue rotte
La polvere sulla mia pelle…

Un sospiro, quasi sfinito
E prendo posto nell’infinito.

Mr Bronson

Bronson - 12:23 - 1 commento - commentainizio

{ lunedì 22 novembre 2010 }

Anticipo del nuovo libro "L'importante è cambiarsi le mutande"

"VORREI SAPERE CHI HA FINITO LA CARTAIGENICA"

Melissa era una ragazza simpatica che ispirava tanta fiducia. Lei era nata a Cuba, proprio sul mare, era cresciuta di fronte alla spiaggia e, da sempre, la prima cosa che faceva il mattino appena sveglia era quella di aprire la finestra e annusare l’aria, la brezza marina e il rumore del mare. Dove abitava ora, il mare lo poteva solo immaginare e tutto al più l’aria che respirava la mattina affacciandosi alla finestra, poteva essere quella che proveniva dalla discarica di Malagrotta. Ma il suo sorriso generoso cancellava qualsiasi perplessità. Bastava incrociarlo per rimanerne incantati piacevolmente. E’ quello che accadde a me, quando più di un mese fa, incrociai il suo sguardo durante una lezione di spinning al Forum. Iniziammo a frequentarci, uscivamo la sera o molto più spesso finivamo per passare delle innocenti serate a casa sua sul divano a vederci un film e sgranocchiare pop corn. In breve tempo si stabilì una grande e sublime complicità tra noi. Quando le raccontai che ero rimasto con la casa fuori uso, lei non esitò a dirmi:

- Alfredo, come diciamo noi a Cuba “mi casa es tu casa”

Ovviamente declinai gentilmente l’invito, ma le assicurai che sarei passato a casa sua qualora lei ne avesse avuto piacere. Praticamente senza nemmeno accorgermene, mi ritrovai tutte le sere a casa di Melissa, ma solo dopo qualche giorno capii perché aveva preso a cuore la mia proposta. Come tutte le donne che manifestano spontanea bontà d’animo, anche Melissa nascondeva qualcosa. Il suo uomo, un ballerino professionista portoricano di salsa e merengue, l’aveva mollata per una bionda manager italiana quarantenne. Così dopo una settimana di tranquille chiacchierate, ecco le prime avvisaglie di quelli che poi sarebbero diventati col passare dei giorni dei memorabili sermoni sulla psicologia malata dell’uomo e sui livelli di bastardaggine che potevamo raggiungere. Ogni sera che me ne ritornavo a casa mi sentivo sempre più frustrato. Quei discorsi e quella sofferenza mi colpivano come pugni in pieno stomaco. Ce ne volle di tempo per farle passare quel bruciore interiore all’animo, finché un giorno non tirai fuori l’asso dalla manica.

- Dammi retta Melissa, la colpa è tutta della salsa, della vostra fottuta musica!
- Ma che dici Alfredo, che c’entra la salsa con le corna!
- Come che c’entra. Con una musica così allegra e sensuale è normale ballare pensando che prima o poi si finirà per t######e!
- Tu sei tutto matto Alfredo. La salsa è una droga che ti scorre nelle vene, fa parte del nostro popolo è la nostra cultura popolare.
- Appunto, è quello che dico anche io, è la “vostra danza” la “vostra cultura” cosa c’entriamo noi?
- Ah no, non mi trovi d’accordo. Un giorno verrai con me in un locale cubano e sono sicura che cambierai idea. Diventerai un salsero anche tu!

Melissa si alzò di scatto e mi lasciò sul divano inebetito con quel terribile presagio. Accese lo stereo e cominciò a ballare nel centro della stanza un maledetto cha cha cha, poi una bachata e un merengue, finché non mi alzai e uscii sul balcone .
c###o! Non ne potevo più.
In quei giorni di permanenza in casa di Melissa, feci delle scoperte sensazionali: l'Italia in assoluto era il paese europeo dove si ballava di più la salsa. Ci seguivano distaccatissimi i freddi tedeschi e gli snob francesi. Eravamo lo zoccolo duro dell’Europa salsera, eravamo invasi ed io non me ne ero accorto!
A dir la verità, guardando Melissa mentre ballava, il suo sorriso, ma soprattutto le sue c#####e che dondolavano come due meloncini appesi, era difficile nascondere di subire il suo fascino. Ora, immaginando che in un locale di salsa potevano starci almeno venti donne più belle di Melissa, ecco come poteva essere giustificato ampiamente il comportamento maniacale del maschio italiano nei confronti della salsa. Ma per quanti sforzi facevo, l’unica cosa che mi riportava ai Caraibi era la Lambada, quel famoso ballo di origine brasiliana che spopolava negli anni novanta.

- Dai Alfredo, torna dentro che ti insegno qualche passo di salsa.
- Non ci penso nemmeno! Non voglio passare il resto della mia a correre tra un locale e l’altro.
- Cretino, non sai cosa ti perdi…un’emozione grandissima. Promettimi che un giorno verrai con me. Ci si diverte, si incontra gente diversa, pronta a sorridere, allegra. La salsa ti fa dimenticare tutti i problemi che hai.
- Davvero? – chiesi divertito.
- Sì Alfredo, infatti, l’unica medicina per dimenticare Carlos è la salsa. Andrò a ballare tutte le sere!

Non ero molto felice per la decisione che aveva preso. La immaginavo già tutta scollacciata al centro della pista sballottata da un ballerino all’altro che sorrideva dimenticando il suo Carlos.
Avrei voluto evitargli altre delusioni ma come fare? Ormai era in trance da salsa. Continuava a ballare nel salotto con lo stereo che pompava a palla alle undici e mezzo della sera. Quando qualcosa interruppe quell’idillio.

- Alfredo…
- Sì melissa.
- Hanno suonato alla porta ti dispiace andare a vedere chi è?
- Va bene, vado!

Arrivai davanti alla porta temendo il peggio. Tutto quello che feci fu un gran respiro e il segno della Croce. Aprii la porta e mi trovai di fronte un omino in vestaglia:

- Desidera? –
- Senta io non so chi sia lei e cosa sta facendo la dentro, ma le garantisco che se entro cinque minuti non spegne quella musica di m###a, le faccio sfondare la porta dai pompieri, la faccio arrestare dai carabinieri e denunciare dalla finanza! –gridò l’omino puntandomi un dito sotto il mento.
- Guardi che io non sono… - cercai invano di giustificarmi.
- Non me ne frega nulla chi è lei e di chi è figlio!
- Che…che cosa, ma…?
- Ha capito bene, spenga quella musica e vada a dormire che con i tempi che corrono c’è poco da stare allegri!
- Sì ma guardi che io la penso come lei…soltanto che….
- Le chiacchiere stanno a zero signore. Le do cinque minuti di tempo poi avrà le forze dell’ordine dentro casa e le manette ai polsi.

Richiusi la porta e tornai in salotto come un bambino che ha preso una pedata nel sedere dal padre. Mi diressi verso lo stereo e staccai la spina.

- Beh cosa fai? – chiese melissa irritata
- Lo spengo.
- Perché! Sei antipatico quando fai così.
- Sicuramente meno antipatico del tuo vicino di casa. Ha detto che se non spegni lo stereo chiama i carabinieri e ti denuncia.
- Che p###e però!
- Lo so Melissa, ma non stiamo all’Havana, qui siamo a Primavalle, purtroppo!
- Mi è venuta un’idea – disse ad un tratto tradendo un sorriso pericoloso.
- No ti prego…non dire nulla.
- Ed invece si! Dai preparati che andiamo al “Malecòn”.
- Cosa? – chiesi incredulo.
- Ma sì Alfredo, ho tanta voglia di ballare stasera e se qui non mi è permesso, vuol dire che mi porterai tu a ballare!
- Non posso, domani mattina mi devo alzare presto.
- Dai non ti fare pregare, ti prometto che staremo solo un’oretta il tempo di dare un piccolo regalo ad una mia amica che ha festeggiato il compleanno qualche giorno fa.
- Oh Santo Dio Melissa…
- Dai tesorino.
- No e poi mai Melissa mi dispiace!

Mi gettò le braccia al collo e cominciò a ballare dimenandosi sinuosa come un serpente che aggroviglia in una spira mortale la sua preda. I suoi movimenti liberavano nell’aria il profumo della sua pelle e i milioni di ferormoni che sprigionava. Poi abbandonò la presa al collo e si mise davanti a me ad un paio di passi. Sorrise e cominciò a sculettare.

- Ok Melissa, andiamo! – dissi con voce tremante
- Allora mi porti a ballare?
- Certo, altrimenti va a finire che ti trombo!

TO BE CONTINUED!

AL.NO

Bronson - 09:07 - 1 commento - commentainizio

{ venerdì 30 gennaio 2009 }

IL MIO PRIMO LIBRO " come vederci chiaro in un vicolo cieco"

Settembre 2008 Ho pubblicato un libro di 8 racconti che potete visitare on line seguendo questo link:

http//alfredobronson.netsons.org

Vi ringrazio in anticipo qualora capitiate sul sito!

tratto da " COME VEDERCI CHIARO IN UN VICOLO CIECO" di Alessandro Nobili (bronson)

Mi devi 40 euro per le mutande...

“ L'anima libera è rara, ma quando la vedi la riconosci, soprattutto perché provi un
senso di benessere quando gli sei vicino ”

Charles Bukowski

Erano le cinque del mattino. Come al solito, ero seduto sul mio letto a raspare quei pochi capelli rimasti attaccati alla mia piccola testa. Da due settimane buone, mi ritrovavo ad assumere spesso la stessa maledetta posizione: gambe ciondolanti, quasi a toccare il pavimento, occhi rigonfi ed irritati, nervo sciatico infiammato e quella curiosa erezione che ormai mi era fedele da vent’anni.
L’alba di ogni mattina mi ricordava il lavoro. Un lavoro del c###o, che non mi appagava affatto, che mi costringeva a starmene rinchiuso in un ufficio anonimo, a sbrigare gli affari di una maledetta azienda che aveva la funzione di parare il c##o a grossi gruppi imprenditoriali, che regnavano sovrani su questa fottuta città.
La mia situazione sentimentale non andava certo meglio. Ero costretto a dividere la casa con una compagna che non amavo più ormai da mesi. Ogni giorno cercavo di dare una parvenza di umano al nostro rapporto. Puntualmente, i miei tentativi si rivelavano vani.
La sventura non aveva risparmiato nemmeno l’approccio al sesso, ormai gettato nel dimenticatoio da chi mi voleva far credere un uomo non più utile alla causa. Ma non era affatto così. Io mi sentivo vivo, mi sentivo ancora un uomo, avevo dentro di me la consapevolezza che, in qualunque momento, avrei potuto colmare di gioia qualsiasi donna. Amavo le cose semplici, la normalità di un gesto innocente, una carezza, la natura, la luna che muore nel mare. Peccato che la donna alla quale avevo affidato il mio cuore e tutte le mie emozioni, non riusciva a capire certe finezze. Per mia sfortuna, le avevo affidato anche l’uccello. Di lui, come di tutto il resto, se ne sbatteva altamente da svariati mesi. A questo punto, non riuscivo proprio più a capire per quale motivo continuavo a restarci assieme!
Ero ancora lì, inebetito, seduto sul letto, quando mi voltai silenziosamente per non urtare la sua suscettibilità dormiente. La guardai a lungo e allungai le mani verso la sua gola. Mi avvicinai. Potevo sentire il suo respiro che solleticava il mio viso. Stavo per affondare la presa, quando spalancò gli occhi:
- Maledetto! – disse, tirandosi su.
- Che ti prende? – replicai sorpreso.
- Infame che non sei altro! Ho capito cosa volevi farmi, sai?
- Ah si? E sentiamo: cosa avrei voluto farti?
- Mi volevi fare fuori, mi volevi strozzare! – disse impaurita.
- Ma cosa dici! Hai mangiato pesante ieri sera?
- Non dire stronzate, tu volevi farmi fuori!
- Volevo accarezzarti. Soltanto accarezzarti, santo Iddio!
- Non ti credo! – rispose, brandendo la piccola abat-jour – Volevi togliermi dal mondo!
- c###o, amore!
- Che cosa?
- Perché non vuoi credermi?
- Perché avevi gli occhi di fuoco, iniettati di sangue, che sprizzavano rabbia!
- Ma che stronzate vai dicendo…
- È la verità!
- Ma quale sangue e sangue! Lo sai benissimo che non farei del male ad una mosca!
- Forse hai ragione…
- Vedi, amore? Se ti calmi riesci anche a ragionare!
- Pffuii…Però mi hai messo una paura dannata!
- Stai tranquilla, non ti farò mai del male.
- Sarà…ma tu stamattina hai una brutta faccia!
Voltandosi, mi diede appositamente le spalle. Sbadigliò e mi chiese un decaffeinato, cereali e due fette biscottate con marmellata di pesca.
Andai in cucina a fare il caffè. La giornata era iniziata male e la mia vita si accorciava di un altro giorno, inesorabilmente.
Feci una doccia gelata, per scacciare via i demoni che mi scorrevano nelle vene. Dopodiché, asciugandomi, cercai nell’armadio qualcosa che mi rendesse presentabile. Presi le mie carte e le riposi con cura nella borsa. La mia compagna era ancora a letto, avvolta nelle lenzuola, apparentemente innocua. La guardai con sdegno, avvertendo ancora quei propositi assassini. Solo un attimo, un solo momento di pura follia, posai lo sguardo sul ferro da stiro. Quello si, sarebbe stato un’arma efficace! E lei era lì, a pochi passi da me. Feci per afferrarlo, ma indugiai troppo. Si voltò e sgranò gli occhi. Ero fottuto di nuovo!
- Alfredo! – gridò come una cornacchia.
- Si, cara?
- Lo vedi che avevo ragione io!?
- Cosa? Amore…io stamattina proprio non ti capisco!
- Tu vuoi accopparmi!
- Ancora con questa storia? – risposi, indispettito.
- E allora cosa ci fai in mutande con quel ferro da stiro in mano?
- Mi preparo a stirarmi un paio di camicie, dato che è una settimana che tu non lo fai!
- Io non ti credo più! Tu con quella faccia mi spaventi!
- Io continuo a non capirti, vai cercando rogne stamattina? – risposi, ormai infastidito.
- Alfredo, non trattarmi così! Se ho questa sensazione, vorrà dire che tu me la trasmetti.
- Bene amore, io vado a lavorare!
- Lavoro, sempre lavoro. Quando si cerca di instaurare un discorso serio, ecco che spunta fuori il lavoro…
- Tu sei pazza! Mi stai accusando di volerti accoppare e hai il coraggio di dire che stiamo affrontando argomenti seri?
- Sei un buffone, Alfredo!
- Mettiamola così, stamattina sono il tuo buffone sanguinario!
- Smettila!
- Certo che la smetto! Non ho mai avuto tanta voglia di andare in arrivare in ufficio come stamattina. Ti saluto, ci vediamo stasera!
Uscii di casa che ancora non ero perfettamente vestito. Avevo la cravatta in mano, la patta dei pantaloni mezza aperta, cintura e scarpe slacciate… un disastro! Con la schiuma alla bocca, salutai il portiere che, come ogni mattina, osservò:
- Buongiorno, dottore! Brutta cera anche oggi!
- Colpa della primavera, Luigi caro!
- Siamo in estate, dottore!
- Appunto…vabbè, mi ha capito no? – dissi, quasi sul marciapiede.
- A proposito…
- Dica pure, Luigi…
- Si chiuda la cerniera dei pantaloni, che le vola l’uccello!....

to be continued

Bronson - 09:39 - 3 commenti - commentainizio


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