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Dal buffo buio


Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: "Io vedo l'acqua
d'un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c'e' qualcosa che non funziona?
forse l'ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest'anno morirei"

"Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo? "

"Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c'era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato"

"E poi?"
"Vedo una cosa che comincia per GN"
"Cosa?"
"Gnente"

("Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti")

Giorgio Orelli - tratto da Sinopie

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categoria: Poesie

Furtiva mano di un fantasma occulto


Furtiva mano di un fantasma occulto
fra le pieghe del buio e del torpore
mi scuote, e io mi sveglio, ma nel cuore
notturno non trovo gesto o volto.

Un antico terrore, che insepolto
porto nel petto, come da un trono
scende sopra di me senza perdono,
mi fa suo servo senza cenno o insulto.

E sento la mia vita di repente
legata con un filo di Incosciente
a ignota mano diretta nell’ignoto.

Sento che niente sono, se non l’ombra
Di un volto imperscrutabile nell’ombra:
e per assenza esisto, come il vuoto.

Fernando Pessoa

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categoria: Poesie

Nel portico


Guardavo lassù nel soffitto
del portico, all'imbrunire,
seduto alla base
d'una colonna e riverso
contemplavo quel buio di polvere
indurita in un tartaro di secoli.
Immensi salivano a picco,
immensi in curva ala
i fusti giganti. In alto
s'intrecciavano in nodi fitti e scuri
come il tetto della foresta
che non lascia più scorgere il cielo.

Incastrati nel folto
fogliame delle colonne
erano i nidi e le grandi uova
cilestrine.
Si aprirono,
ne uscirono a volo
con l'uovo della cupola
favolosi uccelli Roch,
in una covata di nuvole bianche.

Giorgio Vigolo - tratto da Fra le due guerre

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categoria: Poesie

Ho tentato di baciarti e tu mi hai morso

Ho tentato di baciarti e tu mi hai morso,

tutto tutto è perduto.

Possedevo un divino paradiso

in quei giorni lontani.

Vivevo in un altro sogno

che i timori malcerti

di una fine e i rimorsi

mi facevano solo più bello.

Ora ho perduto tutto.

Per volere sapere,

per il mio male implacabile

che non crede al futuro

mi sono gettato nel buio…

Cesare Pavese

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categoria: Poesie

Zingari


Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornero' nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenero', di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto,
a stanca sera:
e per l'amore
mendichero' la mendicante mia
a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
e' una rete di fogne
dove altro non luce che l'occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo,
allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.

Paolo Buzzi - tratto da Aeroplani

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categoria: Poesie

La Fiera

Non ricordi la turbinante fiera?
I pagliacci e la giostra coi lumini?
Tutto fu bello, musica e lustrini,
solo al ritorno nella buia sera.

Tu pedalavi vaporosa in avanti,
ed io a volo dietro il tuo cappello,
come in un delizioso carosello
mosso da Dio sol per noi amanti.

Sull’erba della darsena intrecciammo
le nostre impolverate biciclette
come in gelosa lotta due caprette.
Sul loro esempio, muti, ci avvinghiammo.

E quando entrammo a piedi dalla porta
tra gli sguardi dei pochi curiosi
composti e seri come vecchi sposi,
la città non mi parve più così morta.

I baci nella sera freddolina
riscaldato mi avevano d’amore,
dandomi dei sussulti dolci al cuore
come quei colpi, là, di carabina.

Ed io ti vedevo in un barbaglio,
per effetto dei tuoi baci brucianti,
sotto le stelle, strane e doloranti,
come le bianche pipe del bersaglio.

Corrado Govoni

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categoria: Poesie

Lo scandalo del contraddirmi

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

Pier Paolo Pasolini

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categoria: Poesie

Inno alla Morte


Amore, mio giovine emblema,
Tornato a dorare la terra,
Diffuso entro il giorno rupestre,
E' l'ultima volta che miro
(Appie' del botro, d'irruenti
Acque sontuoso, d'antri
Funesto) la scia di luce
Che pari alla tortora lamentosa
Sull'erba svagata si turba.

Amore, salute lucente,
Mi pesano gli anni venturi.

Abbandonata la mazza fedele,
Scivolero' nell'acqua buia
Senza rimpianto.

Morte, arido fiume...

Immemore sorella, morte,
L'uguale mi farai del sogno
Baciandomi.

Avro' il tuo passo,
Andro' senza lasciare impronta.

Mi darai il cuore immobile
D'un iddio, saro' innocente,
Non avro' più pensieri ne' bonta'.

Colla mente murata,
Cogli occhi caduti in oblio,
Faro' da guida alla felicita'.

Giuseppe Ungaretti - tratto da Sentimento del tempo

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categoria: Poesie

Al padre

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo - difficile affinità
di pensieri - per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
"Baciamu li mani". Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo

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categoria: Poesie

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso
Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.
Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

Eugenio Montale

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categoria: Poesie

Il Rinato

Non videro la stella d'oriente
i magi, non andava innanzi a loro
ella per scorta su le nevi ardente;

non improvviso udiron elli il coro
dei Messaggeri in Betleem di Giuda
prostrandosi; non mirra, incenso ed oro

offersero alla creatura ignuda
sopra la paglia della mangiatoia
calda di fiati nella notte cruda;
né, curvi in calca sotto la tettoia
radiosa, i pastori di Giudea
intonarono cantico di gioia.

S'ebbe natività nella trincea cava il Figliuol dell'uomo; e solo quivi,
messo in fasce da piaghe, si giacea.

Fasciato di tristezza era tra i vivi
e i morti, solo; e il ferro e il sangue e il loto
erano innanzi a lui doni votivi.

E non piangea, ma intento era ed immoto.
Laude gli era il rimbombo senza fine
per il silenzio delle nevi ignoto;

cantico gli era il croscio delle mine
occulto; gli era aròmato il fetore
ventato su dalle carneficine.

E sanguinava in fasce; ed il rossore
Si dilatava come immenso raggio,
sicché tutti i ghiacciai parvero aurore,

tutte le nevi parvero il messaggio
dei dì prossimi, l'ombra fu promessa
di luce, il buio fu di luce ostaggio.

Ed intendemmo la parola stessa
del suo profeta: "Un grido è stato udito
in Rama, un mugolio di leonessa,

un lamento, un rammarico infinito:
Rachele piange i suoi figliuoli che non sono più.
Una cosa novella, ecco, è creata.

Il Signore ha creata una virtù
nella carne. Quel ch'apre la matrice
Ei farà santo. Ei semina quaggiù

una semenza d'uomini". Ora dicembre una voce: "Io farò rigermogliare
in carne i tuoi germogli, o genitrice.

Ritieni gli occhi tuoi di lacrimare,
ritieni la tua gioia del lamento;
perché come la rena del tuo mare

t'accrescerò, come la rena al vento
ti spanderò. Eccoti i tuoi figliuoli
moltiplicati dal combattimento.

Senza sudarii tu, senza lenzuoli,
li seppellisci ed io li dissotterro.
Rifioriranno ai tuoi novelli soli,

alla nova stagione ch'io disserro".
E quivi il Figliuol d'uomo era, il Rinato;
e quivi erano il loto e il sangue e il ferro.

E con fasce da piaghe era fasciato;
e sanguinava senza croce, come
per il colpo di lancia nel costato.

Ma "Colui ch'è il più forte" era il suo nome.

Gabriele D'Annunzio

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categoria: Poesie

Fumatori di carta


Mi ha condotto a sentir la sua banda. Si siede in un angolo
e imbocca il clarino. Comincia un baccano d'inferno.
Fuori, un vento furioso e gli schiaffi, tra i lampi,
della pioggia fan si che la luce vien tolta,
ogni cinque minuti. Nel buio, le facce
danno dentro stravolte, a suonare a memoria
un ballabile. Energico, il povero amico
tiene tutti, dal fondo. E il clarino si torce,
rompe il chiasso sonoro, s'inoltra, si sfoga
come un'anima sola, in un secco silenzio.

Questi poveri ottoni son troppo sovente ammaccati:
contadine le mani che stringono i tasti,
e le fronti, caparbie, che guardano appena da terra.
Miserabile sangue fiaccato, estenuato
dalle troppe fatiche, si sente muggire
nelle note e l'amico li guida a fatica,
lui che ha mani indurite a picchiare una mazza,
a menare una pialla, a strapparsi la vita.

Li ebbe un tempo i compagni e non ha che trent'anni.
Fu di quelli di dopo la guerra, cresciuti alla fame.
Venne anch'egli a Torino, cercando una vita,
e trovò le ingiustizie. Imparò a lavorare
nelle fabbriche senza un sorriso. Imparò a misurare
sulla propria fatica la fame degli altri,
e trovò dappertutto ingiustizie. Tentò darsi pace
camminando, assonnato, le vie interminabili
nella notte, ma vide soltanto a migliaia i lampioni
lucidissimi, su iniquità: donne rauche, ubriachi,
traballanti fantocci sperduti. Era giunto a Torino
un inverno, tra lampi di fabbriche e scone di fumo;
e sapeva cos'era lavoro. Accettava il lavoro
come un duro destino dell'uomo. Ma tutti gli uomini
lo accertassero e al mondo ci fosse giustizia.
Ma si fece i compagni. Soffriva le lunghe parole
e dovette ascoltarne, aspettando la fine.
Se li fece i compagni. Ogni casa ne aveva famiglie.
La città ne era tutta accerchiata. E la faccia del mondo
ne era tutta coperta. Sentivano in sè
tanta disperazione da vincere il mondo.

Suona secco stasera, malgrado la banda
che ha istruito a uno a uno. Non bada al frastuono
della pioggia e alla luce. La faccia severa
fissa attenta un dolore, mordendo il clarino.
Gli ho veduto questi occhi una sera, che soli,
col fratello, più triste di lui di dieci anni,
vegliavamo a una luce mancante. Ii fratello studiava
su un inutile tornio costruito da lui.
E il mio povero amico accusava il destino
che li tiene inchiodati alla pialla e alla mazza
a nutrire due vecchi, non chiesti.

D'un tratto gridò
che non era il destino se il mondo soffriva,
se la luce del sole strappava bestemmie:
era l'uomo, colpevole. Almeno potercene andare,
far la libera fame, rispondere no
a una vita che adopera amore e pietà,
la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.

Cesare Pavese

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categoria: Poesie

Il buio

sollevato da un leggero sorriso di gioia camminai il grande percorso, lungo
e doloroso fu ma la paura che avevo lasciato dietro mi spinse ad affrontarmi con il
grande buio colui che regna sulla terra colui che vede, ma tace colui che affascina
tutti con il suo maestoso velo nero.

Nader - tratto da Nader Un Pensiero

segnalata da Nader domenica 3 aprile 2005

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categoria: Poesie

I respiri profondi del buio

Niente di piu' bello e' ammirare i giochi del cielo, quando l'imbrunir porta via lucentezza e a tatto si risveglia la notte,
impalpabile ad orecchio umano i suoni notturni giocano, vivono e accompagnano il triste cammino del sonno.
In attesa di un nuovo giorno si fluttua con la mente,
i lenti silenzi notturni
i respiri profondi del buio,
quell’ultimo raggio di luna indica la rotta di quel piccolo momento che intercorre tra la vita lucente e il buio eterno.

Nico Gurr...

segnalata da niko lunedì 31 ottobre 2005

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categoria: Poesie

il buio

La porta socchiusa
il luccichìo di una candela
lo sfogliare di un libro
null'altro si muove,
il buio mi circonda.

Solo il respiro traspare
in questa muta stanza,
arida come l'inverno
vuota dei tuoi occhi,
triste di ricordi.

Ogni cosa sa di te,
guardarsi intorno
non rende solida la tua immagine,
lascia che la mia voce ti tocchi.

Sei apparsa come l'aurora
illuminando la mia vita
e come cometa sei volata via,
ora solo il buio mi
circonda...

Nico Gurr...

segnalata da niko domenica 27 novembre 2005

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categoria: poesie

Una Lacrima nel buio

Quando a fatica trascinavo
lentamente il caro della vita
arrivasti tu.

Mi porsi la tua mano,
mi donasti il tuo amore,
mi offristi il tuo conforto,
ed insieme percorremmo
le strade del Destino.

Ma quando le vie si fecero impervie
e le montagne gelide
tu mi abbandonasti,
lasciandomi solo e smarrito,
tremante ed impaurito.

Ora però non trascinerò stancamente
il carro della vita,
non mi troverai mai più stanco
ed umiliato,
non vedrai mai la mia sofferenza.

Nonostante il male che mi hai fatto
non scorgerai lacrime sul mio viso,
soffriro quando tu non potrai vedermi
e piangero al calar di ogni luce.

Solo allora il mio viso
si bagnerà dell'odio e del rancore,
e tu soffrirai ..
notando un bagliore infrangersi al suolo
vedendo cadere dal mio viso ...

... una lacrima nel buio ...

Didiemme - tratto da da: I miei pensieri

segnalata da DiDiEmmE martedì 19 dicembre 2006

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categoria: poesie

senza te il buio

ora che ti amo
ora che non posso fare a meno di te
ora che mi riempi il cuore di gioia
ora che ho scoperto che la vita è bella...solo perchè ci sei tu,
non allontanare mai il tuo sguardo dal mio.
Rischierei di perdermi, senza la luce che illumina il mio cammino,
sarei terrorizzata,
morirei in un secondo.

Adagiarsi lentamente a terra...senza vita
sarebbe migliore di un vivere offuscato dalle tenebre.

segnalata da psyche lunedì 25 dicembre 2006

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categoria: Poesie

il buio

La mia paura più grande
Era il buio.
Quando mia madre mi chiudeva
In soffitta, io restavo per ore
Con gli occhi chiusi
Sussurrandomi che,se avessi aperto gli occhi
Il buio si sarebbe impossessato di me.
Allora immaginavo di stare
In un castello,e
Di essere stato imprigionato dal re malvagio,
invidioso della mia bellezza
e del mio amore per lei.
Ad un certo punto,arrivò una fanciulla
Con in dosso
Un solo mantello bianco.
Intorno a lei una luce
che abbagliava la mia vista.
Ogni giorno vivevo quest’emozione,
sperando di scoprire il volto
della fanciulla che
si nascondeva dietro quella luce.
Un giorno lei non venne, ed io
restai imprigionato nel castello
aspettando quella donna.
Da quel momento ho vissuto nel buio,
aspettando la luce che mi avrebbe liberato.

daniele mele

segnalata da daniele mele domenica 2 settembre 2007

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categoria: Poesie

buio fondo

Torna al tuo posto ed io al mio
non dimenticherò il sorriso
che mi regalavi
quando io poggiavo il mio cuore
nei tuoi segreti
rimmarrai per sempre l'anima
che ispira i miei più intimi ricordi e k dona al mio mondo la voglia di vivere

kira

segnalata da kira mercoledì 29 luglio 2009

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categoria: Poesie

nel buio

nel buio della notte
una voce mi chiama
nel mio sonno sussulto
apro gli occhi con il cuore che batte..
chi sei tu che mi chiami nell'ombra
nel buio e nel silenzio
ascolto il mio sangue pulsare
forse uno spirito del passato, io penso
resto immobile nel letto
nel buio della notte
tutto pare grave e disperato.
ma la luce dell'alba arriva
fuggono le ombre
tutto si rischiara
tutto passa.

daniela cesta

segnalata da Daniela cesta venerdì 11 novembre 2011


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