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Passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

Giacomo Leopardi

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categoria: Poesie

Solinga nell'ardor meridiano


Solinga nell'ardor meridiano
la campagna tacea: l'adulta spica
lieve ondeggiando nell'immenso piano
sul gracil si reggea stelo a fatica.

Non Satiri bicorni, non Silvano,
che in quest'ora atterian la gente antica,
ma Ruth vider questi occhi, la pudica
spigolatrice, fra il maturo grano

alta e bella passar. Si confondea
colle spighe la chioma: l'azzurrino
fiore del ciano nelle luci avea:

ma sulle guance, che celar volea
inchinandosi a terra, il porporino
fiammeggiar del papavero ridea.

Giacomo Zanella

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categoria: Poesie

Eri dritta e felice


Eri dritta e felice
Sulla porta che il vento
Apriva alla campagna.
Intrisa di luce
Stavi ferma nel giorno,
Al tempo delle vespe d'oro
Quando al sambuco
Si fanno dolci le midolla.
Allora s'andava scalzi
Per i fossi, si misurava l'ardore
Del sole dalle impronte
Lasciate sui sassi.

Leonardo Sinisgalli - tratto da Vidi le Muse

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categoria: Poesie

Un'alba


Com'e' spoglia la luna, è quasi l'alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d'autunno nei cancelli.
E' l'ora fioca in cui s'incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l'attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscio di carta.
La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d'autunno s'aprira'.
La fredda
banchina dei mercati odora d'erba.
La porta verde della chiesa è il mare.

Alfonso Gatto - tratto da Arie e Ricordi

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categoria: Poesie

Il principe rivoluzionario

"parla il cameriere"
Quando tiene i discorsi, è vero,
è rivoluzionario, lo ammetto:
ma quando non parla cambia aspetto,
diventa di tutt'altro umore.

È a casa che avviene il cambiamento:
povero me, se manco di rispetto!
o se nel dargli un foglio non lo metto
come vuole lui, nel vassoio d'argento!

Ti basti questo: quando va in campagna
a tenere le conferenze nei comizi
sua moglie la chiama: la compagna.
La compagna? Benissimo: ma allora
perché con le persone di servizio
continua a chiamarla: la mia signora?

Trilussa

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categoria: Poesie

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là 've zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l'ombre lontane
Infra l'onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell'infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l'ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a sé l'umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S'anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D'intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall'altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D'altra luce giammai, né d'altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l'altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

Giacomo Leopardi

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categoria: Poesie

La sera fiesolana

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe'; tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pinidai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su 'l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Gabriele D'Annunzio

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categoria: Poesie

Della testa di morto


L'Acherontia frequenta le campagne,
i giardini degli uomini, le ville;
di giorno giace contro i muri e i tronchi,
nei corridoi più cupi, nei solai
più desolati, sotto le grondaie,
dorme con l'ali ripiegate a tetto.
E n'esce a sera. Nelle sere illuni
fredde stellate di settembre, quando
il crepuscolo già cede alla notte
e le farfalle della luce sono
scomparse, l'Acherontia lamentosa
si libra solitaria nelle tenebre
tra i camerops, le tuje, sulle ajole
dove dianzi scherzavano i fanciulli,
le Vanesse, le Arginnidi, i Papili.
L'Acherontia s'aggira: il pipistrello
l'evita con un guizzo repentino.
L'Acherontia s'aggira. Alto è il silenzio
comentato, non rotto, dalle strigi,
dallo stridio monotono dei grilli.
La villa è immersa nella notte. Solo
spiccano le finestre della sala
da pranzo dove la famiglia cena.
L'Acherontia s'appressa esita spia
numera i commensali ad uno ad uno,
sibila un nome, cozza contro i vetri
tre quattro volte come nocca ossuta.
La giovinetta più pallida s'alza
con un sussulto, come ad un richiamo.
"Chi c'e'?" Socchiude la finestra, esplora
il giardino invisibile, protende
il capo d'oro nella notte illune.
"Chi c'e'? Chi c'e'?" "Non c'è nessuno, Mamma!"
Richiude i vetri, con un primo brivido,
risiede a mensa, tra le sue sorelle.
Ma già s'ode il garrito dei fanciulli
giubilanti per l'ospite improvvisa,
per l'ospite guizzata non veduta.
Intorno al lume turbina ronzando
la cupa messaggiera funeraria.

Guido Gozzano - tratto da Le farfalle. Epistole entomologiche

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categoria: Poesie

Colloquio


"Ora il sereno è ritornato
le campane suonano per il vespero
ed io le ascolto con grande dolcezza.
Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché?
Tra poco è primavera
i prati meteranno il suo manto verde,
ed io come un fiore appasito
guardo tutte queste meraviglie."

Scritto su un muro in campagna

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d'acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all'ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l'intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m'accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d'ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s'ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebeti nel muro.

Andrea Zanzotto - tratto da Vocativo

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categoria: Poesie

La quiete dopo la tempesta

assata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo à suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

Giacomo Leopardi

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categoria: poesie

CAMPAGNA PASQUALE

Il sole brilla nel cielo
azzurro
e il venticello accarezza
il mio volto allegro.
Sono cosi' felice
che nulla desidero
al momento
che solo desidero
di essere coccolato
dalla campagna
in cui mi trovo
adesso con il cuore
fuori lo stress
del viavai cittadino.

Giuseppe Settembre
Lunedi' 9/4/2007 - Ore: 13:42

Giuseppe Settembre

segnalata da Giuseppe lunedì 9 aprile 2007

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categoria: Poesie

Ricordi di campagna

RICORDI DI CAMPAGNA
(stato d’animo 4)

Appena alzato, ogni mattina,
dopo il caffè o il cappuccino,
mi recavo giù in cantina,
per portare il pasto alle galline.

Si chiamava Genoveffa,
e sembra quasi una strana beffa,
che scampò quella mattina,
dalla terribile e camorrista faina.

Trenta polli, due tacchini,
una papera e tre oche,
tutte quante morte sgozzate
nel giardino sterminate.

Nella ampia e comune fossa,
senza lamenti o alcuna mossa,
tutte quante trovaron posto
senza indugio e senza costo.

La faina camorrista,
la notte dopo giunse a vista,
dietro alla tenda del balcone
sparò un colpo di cannone.

Della faina camorrista,
il giorno dopo si perse la vista,
e nel vallone fu infin trovata
deceduta per una schioppettata.

Catello Nastro

Catello Nastro

segnalata da Catello Nastro venerdì 11 febbraio 2011

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categoria: Poesie

LU UATTO RE LA CASA RE CAMPAGNA

poesia in dialetto cilentano
con traduzione ad sensum
LU UATTO RE LA CASA RE CAMPAGNA

Cittu cittu, chiano chiano,
rint’à la casa re lu vualano
e re tutta la ggente re la campagna,
s’accuglia ‘nu uatto cumm’a
uno re casa, o megghio ancora,
nu’ cristiano ca facìa lu’ guardiano.

E iddo uatto uatto, chianu chianu,
arreta a la cascia re lu’ ggrano assettato
aspettava ca’ int’à ‘nu pertuso,
ascìa ‘nu soricio rignuso
ca’ ra tre jiuoinu nun magnava.

Iddo avia fari rint’à la cascia
chianu chianu ‘nu’ pertuso,
ra parte re ‘ngoppa,
sott’a lu cupierchio,
ca si lu facìa ra sotti,
scennia ra vascio
tutto lu’ grano supierchio.

Ma lu sorice ‘ntilligente e furbo,
ch’era nato ra na mamma zoccula,
nunn’avia privista la presenza astuta
re nu’ uatto maimone ca’ già spìava
le sue latrocinie ‘ntinzioni.

Cu’ la zampa re ‘nnanti
lu sorecio agguanta,
lu puverieddo trema
ma iddo già frema,
è chiara assale la sua ‘ntinzione
ch’adda fare calazzione.

Lu sorecio chiangìa.
ma lu uatto nun se ne futtìa,
picchè si lu’ Patrone trovava la cascia rusecata,
iddo, lu uatto, acchiappao ‘na cauciata,
e picché allora nun ‘ngera su sindacato,
putìa esse pure licenziato.

Tomo tomo, uattu uatto,
arape la vocca all’intrasatta,
e mentre lu puverieddo
le vole fa’ cangià ‘ntinzione,
lu uatto già s’è magnato
ddoje cosse, lu fegato e lu purmone.

E che n’ha fatti re li ‘ntistini?
Se le magna rimani a matini:
chesto lu’ fface in tutta fretta
picchè a chiri tiempi
nun ‘ngera ancora la scatuletta…

Catello Nastro

TRADUZIONE

Facendo il restauro di antiche casse di castagno, il legno caratteristico del Cilento, molto duro e resistente, almeno nell’ottanta per cento dei casi, nel bordo superiore, sotto il coperchio, trovavo un buco quasi circolare di cinque o sei centimetri che portava ai bordi i segni dei denti aguzzi del terribile roditore.
In un precedente argomento abbiamo parlato anche del cane. Oggi sono diventati animali da compagnia e mangiano scatolette di carne confezionate e fabbricate apposta per loro ed in vendita oramai i n tutti i supermercati. Allora erano animali da guardia ed il cibo se lo dovevano guadagnare. Gli avanzi di cucina sfamavano anche loro. Il gatto allora, difendeva la casa dai topi. Non esistevano pesticidi e l’unico rimedio, nelle case di campagna, per combattere i roditori erano i gatti, astuti e furbi che li aggredivano silenziosamente e poi li divoravano. L’altro giorno ho visto un gatto scappare alla vista di un topolino. I tempi sono cambiati. La civiltà dei consumi ha cambiato l’uomo, ma anche alcuni animali…
ne "ad sensum"

Catello Nastro - tratto da POESIE CILENTANE

segnalata da Catello Nastro domenica 27 marzo 2011

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categoria: Poesie

“Accompagnato da un sole che, dal mio risveglio, nascosto se ne sta, tra questo strano cielo, vagabondo la mia persona nelle campagne vicine.

Musica tipica di una assolata giornata d’estate, e da lontano, suono di zappa che taglia la dura terra, sento per l’aria.

Solitario, mi fermo ad accompagnare questo dolce ascolto alle tranquille visioni circostanti.

Stanchezza, turbinio di pensieri nella mia mente, fatiche che ancora sono da venire, in quest’istante si perdono.”

maxilius

segnalata da maxilius domenica 12 maggio 2002

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categoria: Poesie

Lu ciuccio 'ntilliggente

LU’ CIUCCIO ‘NDILLIGGENTE

Zi’ Giacchino lu vualluso,
cu’ ‘na carretta sderenata,
se ne jeva ogne matina
a carrecà la sabbia a la jumara
pe’ la purtà a fravecaturi
ca la ‘mbastavano cu’ la caucia
pe’ costruisce li ccase re campagna.

Lu ciuccio, ca’ tirava la matina la carretta,
pe’ ‘nu ‘druvulamiento re panza
re lu’ malo juorno primma,
s’era ‘nu poco ‘ndebbuluto,
e nun ‘ngè la facìa a saglie la sagliuta.

Zi’ Giacchino lu vualluso,
ca’ tenìa lu cinturino,
lu’ vattìa cu’ lu scurriazzo
pe’ fa saglie la sagliuta
a lu ciuccio ra lu rulore asciuto pazzo.

Ma verenne ca’ chiro nun se muvìa,
vuttava ra ‘reta la carretta
e solamente accussì potette arrivà
a la via stretta stretta bona pure pe’ nu mulo
ca’ edda stìa tutta in chianura.

Arripusannese ‘nu mumento,
s’avvicinao a li gurecchie re lu ciuccio
e triunfanno lle ricette: “ O ciucciu mio,
cumm’à ‘ntilliggenza ma puoti fotte,
ma cumma forza re li muscoli, cirtamente nò!!!”

Catello Nastro

TRADUZIONE DAL DIALETTO CILENTANO

Gioacchino il carrettiere, con una carretta mezza scassata, andava a caricare la sabbia al fiume per rivenderla ai muratori che operavano in campagna. L’asino che tirava la carretta il giorno prima aveva avuto la diarrea e non ce la faceva a tirare il veicolo carico per la salita della sponda del fiume. Il carrettiere, che aveva anche l’ernia protetta da un cinturino di cuoio, lo frustò più volte per fargli fare la salita col carretto a pieno carico. Ma vedendo che il povero asino non ce la faceva proprio, spinse da dietro il veicolo che solo in quella maniera potette arrivare alla stretta via carrabile in pianura. Il carrettiere, dopo essersi riposato un momento, orgoglioso di essere più forte dell’asino, si avvicinò ad un orecchio e gli disse con spregio: “ Sarai anche più intelligente di me, ma certamente non più forte!!!”.

Catello Nastro - tratto da Nuove Poesie Cilentane

segnalata da Catello Nastro giovedì 31 marzo 2011

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categoria: Poesie

Poesia in dialetto cilentano

LU PAGLIARO

Pe’ tené la paglia assutta,
o lu ffieno pe’ li ccrapi,
ogne casa re campagna,
‘nzimma a ‘nu mezzanino,
‘ngè tenìa lu pagliaro.

Ogne tanto scumparìa
‘Ntunettella ra la casa,
solamente ca’ sentia,
siscà n’aucieddo canossuto,
ra reta a ‘lu pagliaro.

‘Mberliccata cumm’à pa’ festa,
saglìa la scala re lignammo,
‘Ndunettella lesta lesta,
core ardente e rossa ‘mfacci,
p’affruntà lu ‘nnammurati.

Fu ‘na sera ‘nzuspettuta
ca’ la mamma la verette,
tutta quanta ‘mberlaccata,
ca’ fujia lesta lesta,
ra la casa a lu’ pagliaro.

Chianu chianu, senza rummore,
jette appriesso Carmilina,
pe’ verè la figghia sova
a cher’ora re la sera,
che facìa a lu pagliaro..

‘Ntunettella, aizata la suttanina
s’apparava affà ammuina,
cu’ lu figlio re Don Peppo,
re la cascina re rimpetto,
furgianno ra la sera a la matina.

Cumm’à li verette Carmelina,
ca’ faciano ammuina alluccao,
a lu guaglione ‘mbertinente,
afferrao ra ‘nu palo lu faucetto:
“Mo’ te lu taglio netto netto!!!”

“ Lassata stari, ca’ nunn’è cosa,
io a ‘Ndunettella io me la sposa,
tenite pacienza sule nu mese,
ca’ fatianno pure re notti,
m’apparo armeno a lli spese!!!

Catello Nastro

TRADUZIONE

Allora non esistevano i pub o le discoteche ed il luogo migliore per fare all’amore era il pagliaro o il fienile. Si trattava di una baracca non molto distante dalla cascina di campagna, dove i contadini conservavano il foraggio per le mucche, le capre, i buoi che aravano i campi in tempo di “seminagione”, gli asini e qualcuno il cavallo da tiro o da sella che allora era considerato come un Mercedes di oggi. Due giovani innamorati, s’incontrano nel pagliaro per passare una notte assieme. Una sera la madre, insospettita entra nel pagliaio silenziosamente e li coglie sul fatto. A quei tempi, in casi del genere, si poteva rimediare solo con un bel matrimonio in chiesa. Anche perché la mamma della giovane, con una falce in mano, lo aveva minacciato di…evirazione!!!

segnalata da Catello Nastro lunedì 7 marzo 2011

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categoria: Poesie

Lu munacieddo re Laureana

15 – LU MUNACIEDDO RE LAUREANA

Rint’à ‘na casaredda re campagna,
‘ngè stia sola sola
‘na vicchiaredda,
ca’ tenìa pe’ compagnia
‘nu quatto niuro
ca se chiammava Geremia.

E siccome la notti
uatti uatti
assìa lu’ uatti,
cercanno a tutte ll’ora
‘na miciodda ca stia ‘ncalori,
la vichiaredda senza penzari
ra lu sanapurcedde
lu facette castrari.

Nu’ beddu juorno
s’appresentao lu munacieddo,
ch’assìa ra la casa
re Santu Martino,
re primmo matino,
‘na vota a lu mese
pe’ fa contento a quarcheruno
re lu paese.

“ Chiedimi tutto quello che cerchi,
che io esaudisco solamente
quello che vuoi in un solo momento.”

“ M’ara trasformare sta catapecchia
cu’ ‘na reggia,
chesti pezze ca’ porto ‘ncuoddo
cu’ ‘nu vistito e riggina,
e chiro uatto ‘nu principo vicino.”

“Vecchia dammi solo un momento,
che preparo un testamento,
e tutto quello che hai cercato
in un solo momento ti sarà dato!!!”

Aroppa a ‘nu poco
lu’ munacieddo scumparette
e la vicchiaredda se truao reggina
cu’ lu principo azzurro vicino.

La reggina se stava p’avvicinari
ma lu’ principe la facette fermari:
“Tempo fa m’ha fatto castrari,
e mo’ nun tengo niente a te dari!!!”

Catello Nastro

TRADUZIONE

In una casetta di campagna viveva sola soletta una vecchietta che aveva per compagnia un gatto nero che si chiamava Geremia. Un giorno andò a trovarlo il “munacieddo”, un mago buono della tradizione popolare dei racconti delle nonne. “Buona donna, chiedimi tutto quello che vuoi ed io esaudirò tutti i tuoi desideri”. La vecchietta non se lo fece ripetere due volte: “ Per prima devi trasformare questa catapecchia in una reggia, devi trasformare questi stracci in un vestito da regina e devi trasformare il gatto nel mio principe azzurro!”. Il munacieddo le disse di aspettare pochi istanti che avrebbe preparato tutto. Così avvenne e poco dopo scomparve. La vecchia, trasformata in regina si fece per avvicinare al giovane principe ma questo, reso inservibile proprio da lei sessualmente, rispose: “ Prima mi hai fatto castrare…Ora non ho niente da darti!!!”

segnalata da Catello Nastro martedì 19 aprile 2011

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categoria: Poesie

Ampi spazzi del passato

Quello penso è che voglio fuggire
scansando tutto ciò che mi dà malinconia,
e sulla strada che scorre lunga,lenta e silenziosa,
che attraversa le campagne della mia mente afosa,
si sente l'odore e il calore dell'amaro sangue sudato
nella fatica di combattere in quel glorioso passato
che non si vorrebbe rivivere più in futuro......
semmai un futuro ci sarà......

memmedesimo

segnalata da Daniele domenica 15 marzo 2009

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categoria: Poesie

Pioggia

Lenta scende la pioggia nel tenue lucore delle prime luci dell'alba,
velando la campagna ammantata di silenzio e accompagnandola con note
soffuse di un ritmico sgocciolio di perle. Di foglia in foglia scivolano adagio,
raccogliendosi in rigagnoli e con un delicato gioco d'intrecci vanno ad
immergersi nel placido ruscello. Un pallido raggio di sole appare
timidamente per svanire subito dopo come a voler salutare il nuovo giorno.
Qua e là si ode un leggero fruscìo, la vita riapre il suo uscio.
si leva l'antico odore della terra bagnata, permeando ogni cosa e inebriando
il mio animo, lieto d'assistere a queste piccole meraviglie della natura.

vincenzo corsaro

segnalata da vincenzo corsaro giovedì 17 maggio 2012

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categoria: Poesie

tempo di inverno

fluente ed evanescente, nebbia umida
coperti i boschi spogli, nel silenzio opprimente,
nel tempo che veloce passa, i momenti si susseguono,

in questo inverno primordiale, nello spirito e nell'anima,
negli occhi che osservano il gelo, la neve,
che copre la brulla campagna,

il battito del mio cuore, cerca di raggiungere il tuo,
attraverso lo spazio e il tempo,
nella melodia del sangue che scorre.

Daniela Cesta

segnalata da DANIELA CESTA domenica 18 gennaio 2015


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