Nel grazioso tempo onde natura Fa più lucente la stella d'amore, Quando la terra copre di verdura, E li arboscelli adorna di bel fiore, Giovani e dame ed ogni creatura Fanno allegrezza con zoioso core; Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa, Fugge il diletto e quel piacer si lassa. Cosi nel tempo che virtù fioria Ne li antiqui segnori e cavallieri, Con noi stava allegrezza e cortesia, E poi fuggirno per strani sentieri, Si che un gran tempo smarirno la via, Ne' del più ritornar ferno pensieri; Ora è il mal vento e quel verno compito, E torna il mondo di virtù fiorito. Ed io cantando torno alla memoria Delle prodezze de' tempi passati, E contarovi la più bella istoria (Se con quiete attenti me ascoltati) Che fusse mai nel mondo, e di più gloria, Dove odireti e degni atti e pregiati De' cavallier antiqui, e le contese Che fece Orlando alor che amore il prese.
Dio'spirus cachi su butte'r de nev, 'me pomm d'aranz ch' un'aria de penser vedra j a penzula al nevurasch di tecc, e i pess dura de Cina disen pla'gass nel to'rbed de la vasca presune', e 'l Bobi, negher bo'tul, can schifus che lecca merda e va, cume quj orb che passen 'rent a ti' cul frecc di mort, e, de lifrun, la bissa scudelera la cerca, nel raspà che fa la te'ra, i fiur del paradis, l'urtensia, i spus, che li'vren fa d'argent al brusch de l'uga lung a la mura inamura del su, e Meri, urizunt fa de tristessa, sciura di can, tusetta che del ciel gelusa te sgarra'vet la s'genada di stell de sass suj cachi slunascent, ti', Meri, d'una serva sgravaggiada passer de scund, vestina ch'aj cancell, cuj occ de su, tra i gli'cin la slisava, e l'umbra del giardin pareva le', niasci'n, che dai ramas'g te s'inveggiava tri' me'ter fa de ni'ul, culme'gn penser, la frunt che, nel sugna'ss, la smentegava i ciam, el rosc di fjo suj stra de nev, Meri di fiur, maestra de bardassa, arli'a d'amur, ch'al curr di desdo'tt ann, cuj to' silensi e la sapiensa ghiba, d'un tumb, ansius muri', te ghe' lassa, num fa'tuv, num strigo'zz, strafu'j 'me ti', che sul catra'm luntan d'una quaj strada el ciel l'era un linso de ne'vur fint
Ner deserto dell' Africa, un Leone che j' era entrato un ago drento ar piede, chiamò un Tenente pe' l' operazzione. - Bravo! - je disse doppo - lo t' aringrazzio: vedrai che sarò riconoscente d' avemme libberato da ' sto strazio; qual' é er pensiere tuo? d' esse promosso? Embè, s' io posso te darò ' na mano... - E in quella notte istessa mantenne la promessa più mejo d' un cristiano; ritornò dar Tenente e disse: - Amico, la promozzione é certa, e te lo dico perché me so' magnato er Capitano.
"Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, il Naviglio urta confusamente sulle dighe, gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve; non sono triste nel Nord: non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno, molti mi devono lacrime da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti, povera e giusta nella misura d'amore per i figli lontani. Oggi sono io che ti scrivo." - Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo. - "Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti che portavano mandorle e arance, alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze, di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio, questo voglio, dell'ironia che hai messo sul mio labbro, mite come la tua. Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori. E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli che come te aspettano, e non sanno che cosa. Ah, gentile morte, non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante, su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi. Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà, morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."
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