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Nel grazioso tempo onde natura


Nel grazioso tempo onde natura
Fa più lucente la stella d'amore,
Quando la terra copre di verdura,
E li arboscelli adorna di bel fiore,
Giovani e dame ed ogni creatura
Fanno allegrezza con zoioso core;
Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,
Fugge il diletto e quel piacer si lassa.
Cosi nel tempo che virtù fioria
Ne li antiqui segnori e cavallieri,
Con noi stava allegrezza e cortesia,
E poi fuggirno per strani sentieri,
Si che un gran tempo smarirno la via,
Ne' del più ritornar ferno pensieri;
Ora è il mal vento e quel verno compito,
E torna il mondo di virtù fiorito.
Ed io cantando torno alla memoria
Delle prodezze de' tempi passati,
E contarovi la più bella istoria
(Se con quiete attenti me ascoltati)
Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,
Dove odireti e degni atti e pregiati
De' cavallier antiqui, e le contese
Che fece Orlando alor che amore il prese.

Matteo Maria Boiardo - tratto da Canto Primo

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Caro luogo

Vagammo tutto il pomeriggio in cerca
d'un luogo a fare di due vite una.

Rumorosa la vita, adulta, ostile,
minacciava la nostra giovinezza.

Ma qui giunti ove ancor cantano i grilli,
quanto silenzio sotto questa luna.

Umberto Saba

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Dio'spirus cachi su butte'r de nev


Dio'spirus cachi su butte'r de nev,
'me pomm d'aranz ch' un'aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess dura de Cina disen pla'gass
nel to'rbed de la vasca presune',
e 'l Bobi, negher bo'tul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen 'rent a ti' cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la te'ra,
i fiur del paradis, l'urtensia, i spus,
che li'vren fa d'argent al brusch de l'uga
lung a la mura inamura del su,
e Meri, urizunt fa de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarra'vet la s'genada
di stell de sass suj cachi slunascent,
ti', Meri,
d'una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch'aj cancell,
cuj occ de su, tra i gli'cin la slisava,
e l'umbra del giardin pareva le',
niasci'n,
che dai ramas'g te s'inveggiava
tri' me'ter fa de ni'ul, culme'gn penser,
la frunt che, nel sugna'ss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjo suj stra de nev,
Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arli'a d'amur, ch'al curr di desdo'tt ann,
cuj to' silensi e la sapiensa ghiba,
d'un tumb, ansius muri', te ghe' lassa,
num fa'tuv, num strigo'zz, strafu'j 'me ti',
che sul catra'm luntan d'una quaj strada
el ciel l'era un linso de ne'vur fint

Franco Loi - tratto da Stro'legh

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Er leone riconoscente

Ner deserto dell' Africa, un Leone
che j' era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe' l' operazzione.
- Bravo! - je disse doppo - lo t' aringrazzio:
vedrai che sarò riconoscente
d' avemme libberato da ' sto strazio;
qual' é er pensiere tuo? d' esse promosso?
Embè, s' io posso te darò ' na mano... -
E in quella notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d' un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: - Amico,
la promozzione é certa, e te lo dico
perché me so' magnato er Capitano.

Trilussa

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Lettera alla madre


"Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d'amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo." - Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
"Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell'ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m'ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater."

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Salvatore Quasimodo

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